|
Diario
7 settembre 2010
Maurice Blanchot - La scrittura del disastro
 Maurice Blanchot (a sinistra) e Emmanuel Lévinas.
Traggo da questo stupendo blog, un testo che cercavo da tempo, e che in italiano risulta irreperibile.
La scrittura del disastro Maurice Blanchot
Tratto da: AA.VV., Il Pomerio. Antologia Poetica, Elitropia Edizioni, In forma di Parole, Libro VII, Reggio Emilia, 1983, pag. 473-479.]
Maurice Blanchot - La scrittura del disastro
(Traduzione di Franco Facchini e Giorgio Marcon)
Volere scrivere, quale assurdità: scrivere è la decadenza del
volere, come la perdita del potere, la caduta della cadenza, il disastro
ancora.
Scrivere può almeno avere questo senso: usare gli errori. Parlare
li propaga, li dissemina facendo credere a una verità. Leggere: non
scrivere; scrivere nella proibizione di leggere. Scrivere: rifiutare di
scrivere – scrivere per rifiuto, in modo che basti che gli si domandi
qualche parola afinché si pronunci una sorta di esclusione, come se lo
si obbligasse a sopravvivere, a prestarsi alla vita per continuare a
morire. Scrivere per difetto.
Quello che si scrive risuona nel silenzio, facendolo risuonare a
lungo, prima di ritornare nella pace immobile dove veglia ancora
l’enigma.
Ciò che avviene per volontà della scrittura non è dell’ordine di
ciò che avviene. Ma allora chi ti permette di pretendere che avverrebbe
mai qualche cosa come la scrittura? Oppure la scrittura non sarebbe
tale da non avere mai bisogno di accadere?
Egli scriveva, che ciò fosse possibile o no, ma non parlava. Questo è il silenzio della scrittura.
Solitudine che s’irradia, vuoto del cielo, morte differita: disastro.
Il disastro, preoccupazione dell’infimo, sovranità
dell’accidentale. Ciò ci fa riconoscere che l’oblio non è negativo o che
il negativo non viene dopo l’affermazione (affermazione negata), ma è
in rapporto con ciò che vi è di più antico, ciò che verrebbe dal fondo
delle età senza mai essere stato dato.
Leggere, scrivere, come vivere sotto il controllo del disastro: esposto alla passività fuori passione.
L’esaltazione dell’oblio.
Non sei tu che parlerai; lascia che il disastro parli in te, fosse anche per oblio o per silenzio.
Il disastro è dalla parte dell’oblio; l’oblio senza memoria, il
tirarsi indietro immobile di ciò che non è stato tracciato –
l’immemorabile forse; ricordarsi attraverso l’oblio, daccapo il fuori.
Vorrei accontentarmi di una sola parola, mantenuta pura e viva
nella sua assenza, se, attraverso essa, non avessi da sopportare tutto
l’infinito di tutti i linguaggi.
L’angoscia di leggere: è che ogni testo, per quanto importante,
gradevole e interessante che sia (e più dà l’impressione di esserlo), è
vuoto – non esiste nel fondo; bisogna varcare un abisso, e se non lo si
salta non si comprende.
Non pensare: senza ritegno, con eccesso, nella fuga panica del pensiero.
Non c’è origine, se l’origine suppone una presenza originaria.
Sempre passata, fin d’ora passata, qualche cosa che è accaduta senza
essere presente, ecco l’immemorabile che ci procura l’oblio, dicendo:
ogni inizio è un nuovo inizio.
La sofferenza del nostro tempo: “un uomo scarno, la testa reclinata, le spalle curve, senza pensiero, senza sguardo”.
“I nostri sguardi erano volti verso il suolo”.
L’inconveniente necessario (o il vantaggio) di ogni scetticismo è
di elevare sempre più in alto la barra della certezza o della verità o
della credenza.
Non si crede a nulla per bisogno di troppo credere e perché si crede ancora troppo quando non si crede a nulla.
Il disegno della legge: che i prigionieri costruiscano essi
stessi la loro prigione. E’ il momento del concetto, l’impronta del
sistema.
Impara a pensare con dolore.
“Io” muoio prima di essere nato.
Sempre di ritorno sui cammini del tempo, noi non avanzeremo né ritarderemo: tardi è presto, vicino lontano.
Frammento: al di là di ogni frattura, di ogni luminosità, la
pazienza di pura impazienza, il poco a poco dell’improvvisamente.
La rinuncia al me-soggetto non è una rinuncia volontaria, dunque
nemmeno una abdicazione involontaria; quando il soggetto si fa assenza,
l’assenza di soggetto o il morire come soggetto sovverte tutta la frase
dell’esistenza, fa uscire il tempo dal suo ordine, apre la vita alla
sua passività, esponendola all’ignoto dell’amicizia che mai si dichiara.
La morte dell’Altro: una doppia morte, poiché l’altro è già la morte e pesa su di me come l’ossessione della morte.
Allorché l’altro si rapporta a me in maniera tale che l’ignoto
in me gli risponde al mio posto, questa risposta è l’amicizia
immemorabile che non si lascia scegliere, né si lascia vivere
nell’attuale: la parte offerta della passività senza soggetto, il morire
fuori di sé, il corpo che non appartiene a nessuno, nella sofferenza,
nel godimento non narcisistici.
Rispondere: c’è la risposta alla domanda -, la risposta che
rende la domanda possibile -, quella che la raddoppia, la fa durare e
non la placa, al contrario le accorda ua nuova luminosità, le assicura
ua perentorietà , c’è la risposta interrogativa; infine, distanziata
dall’assoluto, ci sarebbe questa risposta senza interrogazione alla
quale nessuna domanda converrà, risposta di cui noi non sappiamo che
fare, se solo può riceverla l’amicizia che la dona. L’enigma (il
segreto), è precisamente l’assenza di domanda – laddove non c’è neanche
il posto per introdurre una domanda, senza che tuttavia questa assenza
costituisca risposta. (La parola criptica).
Quando tutto si è oscurato, regna l’illuminazione senza luce che certe parole annunciano.
4 settembre 2010
cercate Dio
E quel vecchio burocrate tedesco che dal Vaticano dice: "giovani cercate Dio , non il posto fisso", se l'è mai pagata la pagnotta? Ci crede veramente a Dio, o crede all'8x1000? Ha mai lavorato? E il Pd esiste? (No, cara Rosi Bindi, non dobbiamo
fare nessuna alleanza con i finiani. I finiani dov'erano quando si
eleggeva B.? Quando B. metteva la Gelmini a viale Trastevere, e
appoggiava il taglio di migliaia di cattedre? Chi ha scritto la legge
Bossi Fini? Insomma, Fini è di destra, per dio!). Il Pd di certo non lo voto più. Rivoluzione unica soluzione?
sfoghi
vaticano
pd
flores d'arcais
| inviato da devarim il 4/9/2010 alle 9:37 | |
4 settembre 2010
I diritti dei padroni e quelli degli operai
di Guido Viale, il manifesto, 31 agosto 2010
Per
Marchionne, per la Marcegaglia e per molti altri che hanno frequentato
il meeting di Comunione e liberazione la lotta di classe è un residuo di
un passato da superare, così come lo è la conflittualità sindacale o la
lotta «tra operai e padroni». Così si capisce meglio dove mirassero le
tante polemiche fuori tempo massimo contro il '68 e la sua cultura
distruttiva. Però, come giustamente ha fatto notare Adriano Sofri sulla
sua piccola posta, la frase «basta lotta tra padroni e operai» prende
una sfumatura diversa a seconda che a pronunciarla sia un operaio oppure
un padrone.
In effetti per tutti costoro quello che è o va
superato è la lotta degli operai contro i padroni, o dei lavoratori
contro le imprese e i loro imprenditori, perché l'altra, quella dei
padroni contro gli operai è in pieno corso e va a gonfie vele. Come
altro si può intendere, infatti, la situazione di quelle migliaia di
lavoratori lasciati sul lastrico da padroni, spesso bancarottieri, che
si sono impossessati di un'impresa per distruggerla o ridimensionarla
grazie ai meccanismi messi in campo dalla finanza internazionale? O le
delocalizzazioni fatte per liberarsi di una manodopera troppo costosa? O
la diffusione del lavoro precario che distrugge qualsiasi possibilità
di costruirsi una vita e un futuro? O la tesi di Tremonti, secondo cui
la normativa sulla sicurezza sul lavoro (L. 626) è ormai insostenibile
per le imprese, nonostante le morti sul lavoro ufficialmente accertate
siano più di mille all'anno, e altrettante, e forse più, siano non
accertate, perché morti «bianche» provocate dal lavoro «nero»?
L'accondiscendenza
politica e sindacale verso il primato assoluto dell'impresa - che è
l'ideologia sottostante a queste prese di posizione - ha impregnato
talmente il sentire comune che nell'affrontare questi temi i loro
corifei non si rendono nemmeno più conto di quel che dicono. Sentite
Marchionne al meeting di Rimini: «Non credo sia onesto usare il diritto
di pochi per piegare il diritto di molti». Pensa di parlare di tre degli
operai che ha fatto licenziare per rappresaglia contro la Fiom, ma la
stessa frase potrebbe essere letta in un altro modo.
Quali sono
«i diritti di pochi»? Non sono forse quelli dei padroni della fabbrica?
O, meglio, degli azionisti di riferimento (gli altri sono «parco buoi») e
dei manager che si sono scelti e che guadagnano, tutti quanti, milioni
di euro all'anno: 3-400 volte di più dei «molti» che lavorano per loro. E
chi sono quei «molti» i cui diritti vengono «piegati» dai «pochi»:
quelli che un picchetto o un'assemblea in fabbrica ha magari dissuaso
dal cedere al ricatto dell'azienda? O quelli «piegati» a dire di sì in
un referendum sotto la minaccia di perdere per sempre il loro posto di
lavoro?
E ancora (è sempre Marchionne che parla): «La dignità e i
diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono
valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Certo la dignità e i
diritti di alcuni «tre», per esempio Marchionne, Elkann e Montezemolo,
oppure Tremonti, Sacconi e la Sig.ra Marcegaglia, non sembrano messi in
discussione. Ma che dire di migliaia di lavoratori posti di fronte al
diktat di accettare condizioni di lavoro inaccettabili, contrarie alla
loro dignità (ma si è mai vista la «pausa mensa» a fine turno, dopo otto
ore di lavoro quasi senza pause? E perché non li si lascia andare a
mangiare a casa loro? Perché siano pronti per il lavoro straordinario) e
contrari ai loro diritti (quello, sacrosanto di garantirsi un brandello
di vita familiare libera da turni e straordinari; o quello di
scioperare).
Questa storia della fine della lotta tra operai e
padroni, con cui i vincenti di oggi si riempiono la bocca trattando i
diritti dei perdenti come carta straccia, ricorda da vicino la storia
della «fine delle ideologie». In realtà, a scomparire dai radar è stata
solo l'ideologia socialista, con le sue varianti anarchica e comunista.
Le altre, quella liberale, trasformata in liberismo e in «pensiero
unico» è più viva che mai (anche se è più che mai un morto che cammina).
E la dottrina della chiesa, trasformata in fondamentalismo cattolico
(«diritto alla vita» contro i diritti di chi vive), anche.
| inviato da devarim il 4/9/2010 alle 9:35 | |
2 settembre 2010
Giacomo Matteotti
Matteotti, la politica al servizio dei più deboli
di Sergio Luzzatto, Il Sole 24 Ore
Dimentichiamoci
la sua morte: massacrato di botte da quattro o cinque energumeni in un
pomeriggio romano del giugno 1924, colpito da una pugnalata al cuore,
trasportato cadavere in una boscaglia lungo la via Flaminia, occultato
alla benemeglio sotto pochi centimetri di terra, fatto ritrovare un paio
di mesi più tardi. Così pure, dimentichiamoci la sua esistenza
d'oltretomba: il culto quasi religioso che un'Italia soggiogata e
impaurita, ma non domata, scelse di votargli per vent'anni dopo il
delitto, nell'interminabile attesa di una rivincita.
Dimentichiamo
tutto questo, e pensiamo alla vita di Giacomo Matteotti. Guardiamo
all'uomo, non al martire. E domandiamoci se non ci sarebbe gran bisogno -
qui e adesso - di un politico come lui. Della sua idea di militanza
come servizio dell'interesse pubblico anziché del vantaggio privato.
Della sua pratica di un riformismo concreto, attuoso, costruito sui
fatti anziché sulle parole. Del suo carisma personale, tanto evidente
quanto poco sbandierato. E anche (come no?) della sua scommessa sul
futuro della socialdemocrazia: della sua battaglia per un mondo più
giusto perché meno diseguale. Nell'Italia di oggi, il nome di Giacomo
Matteotti vive soltanto nella toponomastica: viale Matteotti, corso
Matteotti, largo Matteotti, piazza Matteotti, non c'è quasi città
italiana dove non si sia voluto rendere omaggio - subito dopo la
Liberazione - alla figura del martire antifascista.
Ma se non
fosse per questo, cioè per la sopravvivenza che gli viene garantita dai
postini, dai navigatori satellitari e da Google Maps, Matteotti sarebbe
scomparso dalla nostra vita pubblica e privata. Come don Abbondio di
Carneade, potremmo dire di Matteotti: chi era costui? Non se ne sono
ricordati neppure i fondatori del Partito democratico, quando hanno
discusso (o hanno fatto finta di discutere) chi più meritasse di far
parte del loro "pantheon".
Eppure, una volta ripulita dallo smog
delle strade e dalla polvere della storia, la figura di Matteotti
sembrerebbe fatta apposta per servire all'Italia del 2010: ogni singolo
ingrediente dell'esperienza politica di quest'uomo ci tornerebbe assai
utile. A cominciare dal famoso «radicamento sul territorio» di cui oggi
tanto si parla o si straparla, e che Matteotti interpretò in modo
esemplare dapprima quale amministratore locale di vari comuni del
Polesine, poi quale deputato di Rovigo al parlamento nazionale.
Il
suo fu radicamento economico e sociale, nella misura in cui - rampollo
di una famiglia della borghesia agraria - doveva quotidianamente
misurarsi con la miseria dei braccianti del delta del Po. Fu anche
radicamento intellettuale e morale, nella misura in cui lo studente di
legge nella vicina Bologna ritornava appena possibile nella sua Fratta
Polesine per studiarne, in biblioteca e in parrocchia, la storia locale.
O per rifarsi gli occhi con le meraviglie artistiche del luogo: le tele
di Tintoretto e di Tiepolo, la villa Badoer di Palladio.
Da
amministratore di Fratta e di altri comuni della provincia di Rovigo,
tra il 1912 e il 1920, Matteotti si fece soprattutto la fama dello
spulciatore di bilanci: quanti sindaci e segretari comunali se lo
sognavano di notte... Il suo primo criterio d'intervento era fondato
sulla compatibilità necessaria fra i preventivi di spesa e le risorse
finanziarie del municipio. Niente debiti per i comuni: se non c'erano
soldi in cassa, si rinunciava alla spesa. Il secondo criterio riguardava
non le uscite ma le entrate. Se per le opere pubbliche mancavano i
soldi, bisognava aumentare l'imposizione locale.
I contratti per i
grandi lavori pubblici andavano scrutinati con la lente
d'ingrandimento: nelle stipule con le imprese private, gli
amministratori locali di un secolo fa non erano necessariamente più
onesti degli amministratori d'oggidì. Bersaglio fisso di Matteotti anche
le delibere d'urgenza delle giunte comunali: un'altra fonte di abusi
per cent'anni ancora della storia d'Italia. Al tempo nostro - il
tempo della "casta" - l'immagine del brillante giurista trentenne chino
sulle carte di minuscoli comuni rodigini (oltre a Fratta, Villamarzana,
Villanova del Ghebbo, Fiesso Umbertiano, Frassinelle Polesine) per
verificare che non un soldo pubblico facesse una brutta fine,
quell'immagine rischia di apparire tanto strana da riuscire surreale. Ma
questo era Matteotti, e anche perciò si può avvertire, oggi, un tanto
acuto bisogno di lui.
Ci manca come il pane la sua
interpretazione della militanza politica quale etica del lavoro e della
conoscenza: la medesima forma di militanza che proseguì a Roma, deputato
socialista, dal 1919 al '24. «Passava ore e ore - ricorderà un compagno
di partito - nella biblioteca della Camera a sfogliare libri,
relazioni, statistiche, da cui attingeva i dati che gli occorrevano per
lottare con la parola e con la penna, badando a restare sempre fondato
sulle cose».
Fondato sulle cose: e la cosa che più turbava
Matteotti era la diseguaglianza sociale. Di suo, era molto ricco: aveva
ereditato dal padre oltre 150 ettari di terra, gli avversari - da destra
o da sinistra - lo irridevano come il «socialista milionario». Più che
dei profitti dei suoi terreni, Matteotti si preoccupava dei diseredati
del Polesine, analfabeti al 60-70 per cento. Da deputato, le sue
battaglie per maggiori finanziamenti alla pubblica istruzione (edilizia
scolastica, biblioteche popolari, corsi serali per adulti) fecero
tutt'uno con le sue accuse contro gli insegnanti meno scrupolosi, quelli
che un ministro veneto di oggi chiamerebbe i "fannulloni".
Del
resto, nel 1920, quando un ministro della Pubblica istruzione chiamato
Benedetto Croce gli parve discutere dei problemi della scuola restando
sempre sul vago, senza padroneggiare i dossier, dallo scranno di
Montecitorio Matteotti non fece sconti neppure a lui: «Voi state
speculando filosoficamente sulle nuvole. Qui non si viene con i libri di
estetica, ma con dei programmi pratici e questi si ha il dovere di
assolvere».
Alla sua maniera, il socialista Matteotti era un
liberale. Dopo l'avvento al potere di Mussolini, nel 1922, gli capitò di
rimproverare al governo certi interventi di sostegno statale
all'economia privata, come pure certe misure protezionistiche in materia
di dazi doganali. Con Filippo Turati, Matteotti lasciò il Psi e fondò
il Psu (Partito socialista unitario) quando si convinse che il
filo-sovietismo dei massimalisti avrebbe consegnato l'Italia alle
destre, mentre serviva un riformismo socialdemocratico. A quel punto,
era comunque troppo tardi. L'ex socialista Mussolini aveva ormai in mano
il governo del paese, e non l'avrebbe più mollato per vent'anni, a
prezzo di infinite sciagure. Il radicamento di Matteotti sul
territorio del suo Polesine contribuì a rendergli chiara la natura di
classe del fenomeno fascista: l'alleanza dei ceti medi con gli agrari,
contro i diritti acquisiti dal bracciantato in decenni di sacrifici e di
lotte. Dopodiché, a quest'uomo delle istituzioni non restò che battersi
puntigliosamente, coraggiosamente, disperatamente, per tutelare le
ultime vestigia del santuario democratico. Dal 1923 al '24,
l'emiciclo di Montecitorio risuonò delle sue denunce contro il ricorso
sistematico del governo Mussolini allo strumento dei decreti-legge;
contro la tentazione mussoliniana di limitare la libertà di stampa dei
giornali antifascisti; contro i numeri truccati della propaganda
governativa riguardo alla situazione economica. Il 10 giugno 1924,
Matteotti fu ucciso per volontà di Mussolini (o per suo ordine) anche
perché si preparava a denunciare un affare di corruzione: una sporca
connection ai vertici del potere, concessioni petrolifere all'impresa
americana Sinclair Oil in cambio di tangenti a una "cricca" vicinissima
al duce e ai massimi dirigenti del Partito nazionale fascista. Sicari
al soldo di Mussolini ebbero paura che le rivelazioni di Matteotti
sulla "convenzione Sinclair" suscitassero un tale scandalo nel paese da
provocare la caduta del governo, e assassinarono il deputato socialista
alla vigilia del giorno in cui ne avrebbe parlato alla Camera. Nell'Italia
del 2010, possiamo stare sicuri che un uomo come Giacomo Matteotti si
meriterebbe l'appellativo - parlandone da vivo - di «giustizialista». È
infatti questa la parola con cui si suole oggi definire chi ancora crede
che la magistratura debba esercitare sino in fondo il suo ruolo di
ordine indipendente: perseguendo senza fallo le violazioni del codice
penale, quand'anche vengano compiute dalle massime cariche dello stato. Ma
è proprio in nome di un'idea nobile, alta, severa della giustizia, che
alcuni di noi possono tanto più rimpiangere l'assenza, qui e adesso, di
un nuovo Matteotti.
LA VITA Giacomo Matteotti
nasce a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, nel 1885. Dopo la
militanza nella gioventù socialista, nel 1904 prende la tessera del
partito. Dottore in giurisprudenza a Bologna, ricopre il primo incarico
politico nel 1910 come consigliere provinciale di Rovigo, per la sezione
di Occhiobello. Sindaco di Villamarzana nel 1912 e di Boara Polesine
nel 1914, guida l'opposizione socialista e diventa segretario di partito
nel 1916. Per il suo impegno antibellicista durante la Grande guerra,
viene condannato a 30 giorni di reclusione. Eletto in parlamento nel
1919, prende parte alla commissione Finanza e tesoro della Camera.
Critico intransigente del fenomeno fascista, denuncia la violenza
squadrista nella famosa Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in
Italia durante la campagna elettorale del '21. Con la scissione della
corrente riformista, diviene segretario del nuovo Psu. Nel '24 in
parlamento denuncia i brogli elettorali e il clima di illegalità. Il 10
giugno dello stesso anno viene rapito e ucciso da sicari fascisti. Il
suo corpo viene trovato il 16 agosto successivo in un bosco nel comune
di Riano nei dintorni di Roma. Due sono i libri da lui pubblicati a
Londra nel 1924 per denunciare le pericolosità del regime: Machiavelli,
Mussolini and fascism (English Life, 1924) e The fascisti exposed; a
year of fascist domination (ristampato da H. Fertig, 1969).
LA SUA MORTE Il
rapimento e successivo assassinio di Matteotti presentano ancora
numerosi lati oscuri. L'opinione pubblica attribuì la responsabilità a
Mussolini, che in un noto discorso tenuto alla Camera il 3 gennaio 1925
respinse l'accusa (pur affermando: «Io assumo, io solo, la
responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto»).
Rimase famosa una vignetta del giornale satirico Il becco giallo, nella
quale il Duce siede sulla bara di Matteotti. Diverse sono le
pubblicazioni che tentano di ricostruire la vicenda, da Matteotti: una
vita per il socialismo di Antonio Casanova (Milano, Bompiani, 1971) a Il
delitto Matteotti di Mauro Canali (Il Mulino, Bologna, 2004). Con lo
stesso titolo nel 1956 esce il film diretto da Nelo Risi, ripreso nel
'73 anche da Florestano Vancini.
LA MEMORIA Con
la legge n. 255 del 2004, a 80 anni dalla sua morte, il parlamento ha
finanziato il restauro della casa natale a Fratta Polesine, spazio
espositivo permanente con gli arredi originali. Presso la presidenza del
Consiglio è stato istituito un premio annuale intitolato a Giacomo
Matteotti. Il centro espositivo Sandro Pertini custodisce l'archivio
storico: il fondo raccoglie un insieme di carte rimaste a Fratta
Polesine, la documentazione, i cimeli e un'ampia rassegna stampa.
www.pertini.it www.fondazionematteottiroma.org
(27 agosto 2010)
| inviato da devarim il 2/9/2010 alle 8:54 | |
25 agosto 2010
energia di pensiero
| inviato da devarim il 25/8/2010 alle 18:44 | |
24 agosto 2010
Sacco e Vanzetti - Ballata
| inviato da devarim il 24/8/2010 alle 21:51 |
24 agosto 2010
Da vedere
 
Clicca sulla foto per vedere le puntate della prima stagione.
in treatment
| inviato da devarim il 24/8/2010 alle 12:55 | |
22 agosto 2010
la precarietà della vita
Satié
Gymnopedie
| inviato da devarim il 22/8/2010 alle 20:23 | |
14 agosto 2010
un capolavoro
| inviato da devarim il 14/8/2010 alle 23:25 | |
11 agosto 2010
Chuchani e altro
| inviato da devarim il 11/8/2010 alle 22:41 | |
11 agosto 2010
Haim Baharier
| inviato da devarim il 11/8/2010 alle 21:6 | |
11 agosto 2010
Il nostro maestro
Haim Baharier
| inviato da devarim il 11/8/2010 alle 17:45 | |
11 agosto 2010
Il processo di Nogaredo
(Fossati - Lamberti Bocconi)
 L'Accusa
Durante gli interrogatori è riuscito
che le imputate
in tempo di luna al primo quarto
hanno rinunziato al sacramento
del battesimo
seducendosi l'una per l'altra
a commettere tale mancamento
permettendo per maggiore dannazione
delle loro anime
di essere ribattezzate
con una nuova infusione d'acqua
sopra il capo
essendosi sottoposte a tal legame
di obbedienza
al Nemico del genere umano.
Che in tempo di luna piena
a ore comode, ai malfatti propizie
erano portate in aria
invisibilmente
in maledetti congressi
dove venivano compiute
diversità e quantità di incantagioni, sortilegi
giochi bestiali ed ereticali.
Che i luna di ultimo quarto
hanno esse confessato le violenze
i venefici, i danni infiniti
le infermità incurabili
alle persone, agli animali.
I luna nuova di settembre
la distruzione dei raccolti
nelle campagne
mediante la sollevazione
di venti e tempi
impetuosi.
Dialogo fra l'inquisitore e un'imputata
Ma tu chi sei
cos'hai perché non parli
non argenti di stelle
questo scialbo mattino
non sei tu stessa
a incasellarli
gli astri lucenti
nel grande albo del cielo
o sei anche tu una figurina
senza potere
se non nelle notti
di ferire i viandanti
come spina.
Ahi signore
se potesse tutto il male
che mi consuma
mutare la spada tua
in un giro di scale armoniche
ascendenti
o in una strada
che via mi conducesse.
Ma non vale niente che io faccia
che resista o che cada
tu non capisci
è questo il grande lutto
che oscura le mie vesti
ma voglio dirti la verità
dal lato brutto a cui non si rimedia
tu non capisci
è questo il grande mare
io non ti amo
è questa la tragedia.
La sentenza
Visto il processo
coi testimoni esaminati
dove manifestamente si comprova
il corpo dei diversi delitti
per essere stati commessi
viste le dottissime difese
per psarte delle dette rappresentate
viste finalmente
le cose che devono vedersi
e considerate
quelle che devono essere considerate
avuto il parere decisivo
dei molti illustri e chiari signori
commissari di questa giurisdizione
affinché non abbiano a gloriarsi
delle loro pessime opere
ad esempio di altri
in via definitiva
sentenziamo e condanniamo.
Il 14 aprile 1647, nel luogo designato
davanti ai contadini obbligati ad assistere al supplizio
vengono decapitate:
Lucia Caveden, Domenica, Isabetta e Polonia Graziadei,
Caterina Baroni, Ginevra Chemola e Valentina Andrei
i corpi sono bruciati, i resti seppelliti alle Giarre in terra maledetta.
I beni delle donne confiscati.
| inviato da devarim il 11/8/2010 alle 12:37 | |
10 agosto 2010
Keith 4 m.
| inviato da devarim il 10/8/2010 alle 16:31 | |
8 agosto 2010
in memoriam Tony Judt (1948-2010)
| inviato da devarim il 8/8/2010 alle 16:48 | |
|